giovedì 19 aprile 2018

SE IN UNA NOTTE D'INVERNO (DELLA REPUBBLICA) IL VIAGGIATORE "ITALIA"...E' ATTESO AL VARCO (EBA + BCE)





1. La sorte dell'autonomia politica italiana è segnata: le elezioni, qualunque esito possano avere - anche (in apparenza) divergente dalla predeterminazione idraulica cui tende il controllo mediatico-culturale orientato dall'oligarchia cosmopolita -, non possono ormai più segnare un indirizzo politico diverso dal proseguire la desovranizzazione fissata dal vincolo €uropeo.
Un governo potrà formarsi solo se avrà il consueto e ormai consolidato ruolo di consiglio di amministrazione della "controllata" Italia. 
Punto.
Risulta perciò molto più utile, ai fini pratici e cognitivi - cioè per decifrare lo sviluppo della traiettoria, o più esattamente il "piano inclinato", a cui siamo vincolati-, parlare d'altro.
In particolare, mettendo da parte le tortuose e tutto sommato irrilevanti vicende della formazione del governo, cerchiamo di sbirciare sui principali appuntamenti con impoverimento, materiale e culturale, deindustrializzazione e minor crescita economica unita a deflazione salariale, che ci riservano l'appartenenza all'eurozona e gli obblighi derivanti dall'adesione all'Ue (così come si esprime, in modo permanentemente acritico e inerziale, la stessa Corte costituzionale; e come peraltro ci tiene a ribadire il prof.Cassese; p.4).

2. Un quadro sintetico, ma solo esemplificativo, dato che l'ingranaggio in cui siamo inseriti lavora incessante su ogni possibile aspetto della vita socio-economica della Repubblica un tempo fondata sul lavoro, lo avevamo già fornito (qui, infine):
Mentre, peraltro, si scopre che il salvataggio bancario post-referendum 2016, com'era inevitabile, graverà sul deficit 2017 e sul rapporto debito/PIL, con tanto di ricacolo Istat dell'incidenza aggiuntiva ai fini delle comunicazioni all'Ue, e mentre incombono sia l'Addendum BCE, operativo dal 1° aprile, e le sempre più pericolanti altalene di Wall Street e dell'economia reale (o meglio subprime-founded) USA, un governo all'altezza pare sempre più dover essere quello disposto a fare welfare bancario insieme con una feroce austerità fiscale di "copertura" che, com'è ormai pacifico nel Deep State italico, è l'unica cura contro le...crisi (laddove, come abbiamo visto, l'irrealtà dei dati spadroneggia indisturbata).  
3. Ci pare utile focalizzare sullo specifico aspetto delle conseguenze sistemiche (cioè coinvolgenti tutta la società italiana e non solo il relativo settore dell'offerta) dell'Unione bancaria: quella cosa che serve a determinare un'emissione di moneta esclusivamente bancaria, secondo la ben nota aspirazione hayekiana alla totale de-nazionalizzazione della moneta, e conseguentemente, a concentrare il settore bancario dell'intera eurozona in pochi istituti, esteri o a proprietà estera, alla cui totale mercé siano poste le politiche economico-fiscali dei paesi dell'eurozona

4. La sua evoluzione applicativa ha portato all'applicabilità, dal 1° aprile di quest'anno, dell'Addendum BCE. Il suo funzionamento essenziale lo abbiamo così riassunto (p. 11.4):
"...con l'addendum si arriva, prima di tutto, a porre uno standard di ricapitalizzazione insostenibile (nella situazione relativa dell'economia italiana e anche in assoluto).
Da ciò si innesca una corsa verso 3 esiti vincolati (nel senso di concretamente inevitabili):
a) il bail-in per sostanziale conclamata insolvenza della banca incapace di ricostituire il suo capitale a fronte delle svalutazioni in bilancio dei suoi attivi e delle garanzie;

b) la riuscita della ricapitalizzazione, laddove, per ragioni forse casuali, i crediti erogati, e garantiti, negli ultimi 7 anni presentassero un (anomalo) basso grado di "incagli" (se non fossero garantiti, l'anzianità per attualizzare l'obbligo di accantonamenti al 100% sarebbe di 2 anni); comunque in tal caso, il capitale utilizzato verrebbe, inevitabilmente, da soggetti finanziari esteri che assumerebbero il controllo della banca "fortunella";

c) un burden sharing con successivo intervento di ricapitalizzazione pubblica: e qui, però, di fronte al volume di capitale aggiuntivo imposto da accantonamenti al 100% (unito alle svalutazioni delle garanzie), - diciamo una cinquantina di miliardi - lo Stato italiano si troverebbe in condizioni critiche e con la probabile opposizione delle autorità UE bancarie e sulla "concorrenza". E, aggiungiamo, con problemi di rispetto dei limiti del fiscal compact-pareggio di bilancio divenuti praticamente insormontabili.
ERGO: dopo inenarrabili drammi altamente mediatizzati, si tornerebbe all'ipotesi a). Che comunque, tra l'altro, conduce poi a delle new-banks acquisite da investitori esteri, cioè all'esito dell'ipotesi b).

5. Ecco però che, visto che le escogitazioni €uropee sono dotate di creatività illimitata, in aggiunta a questo quadro, arriva una nuova sorpresina, questa volta non dalla BCE ma dall'EBA: che emana nuove "linee guida" (ennesima fonte di soft law dissimulatrice di un precetto draconiano; il tipo di fonte più amata dal peculiarissimo modo in cui in €uropa si intende la Rule of Law; qui, pp.2-3). 
La nuova escogitazione la descriviamo con le parole utilizzate dal recentissimo comunicato del "comitato esecutivo ABI" ed enfatizziamo i passaggi che, per la loro importanza, risultano manifestamente autoesplicativi:
"(18 aprile 2018) Il Comitato esecutivo dell’ABI, presieduto da Antonio Patuelli, sulla base di una relazione del Direttore Generale Giovanni Sabatini, ha avviato l’esame del documento “Bozza di linee guida sulla gestione delle esposizioni deteriorate e ristrutturate” posto in consultazione dall’Autorità Bancaria Europea (EBA) l’8 marzo 2018.
Nel metodo, il Comitato esecutivo ha innanzitutto evidenziato come il documento posto in consultazione dall’ EBA faccia seguito alle Linee guida sulla gestione dei crediti deteriorati emanate nel marzo del 2017 dalla BCE-SSM, a cui hanno poi fatto seguito le decisioni del Consiglio europeo del luglio 2017 che ha definito un action plan sul tema dei crediti deteriorati, a cui è seguita la consultazione sulla proposta di Addendum della BCE-SSM poi reso definitivo nel marzo 2018 e la proposta della Commissione europea che ora dovrà seguire l’iter legislativo europeo prima di divenire norma comunitaria.
Il Comitato esecutivo constata una convergenza tra le Linee guida dell’EBA e quelle della BCESSM, d’altro canto ha rilevato che le Linee guida (dell’Eba e della BCE-SSM) rispetto all’Addendum e alla proposta della Commissione europea si muovono su logiche parzialmente diverse".
Il Comitato esecutivo ritiene che il susseguirsi in tempi brevi di norme primarie, norme secondarie, linee guida in modo non sempre coordinato e proporzionato non assicuri la certezza del diritto e non faciliti l’adeguamento alle norme da parte del settore bancario e non favorisca il supporto alle imprese e alle famiglie.
Le Linee guida dell’EBA introducono una puntuale soglia quantitativa ai fini della individuazione della categoria di banche con un elevato livello di NPL. Tale soglia viene fissata ad un valore del 5% del NPL ratio (rapporto tra totale dei crediti deteriorati e totale dei crediti).
In proposito tale valore non appare sufficientemente giustificato in particolare alla luce del permanere delle rilevanti differenze in termini di tempi di recupero dei crediti per via giudiziale tra gli stati membri dell’Unione Europea.
La risposta alla consultazione dell’EBA sarà sottoposta al Comitato esecutivo di maggio, in tempo utile per rispettare il termine dell’8 giugno."
 
6. Un breve commento per evidenziare ciò che l'ABI non dice, per sue proprie preferenze, e che invece risulta corollario inevitabile della nuova disciplina che dovrebbe irrompere nella seconda parte del 2018, apposta per acuire l'assoggettamento del sistema bancario italiano, - e quindi, più che altro, la sorte di milioni di risparmiatori- all'ampissima discrezionalità applicativa dell'Addendum, intanto che la più "tenue" proposta della Commissione impieghi un paio di annetti completare il suo "iter legislativo". 
sofferenze grandi banche
Se si considera che tra i principali istituti italiani, solo Banca Intesa registra attualmente un "programmato" rapporto NPL/impieghi vicino alla soglia EBA (6%, pur sempre di poco superiore, ma stimato in base a cessioni effettuande entro il 2021), e che si arriva a estremi come quello Carige, passando per il "solito" MPS, e se si considera che (come invece si sottace) che la generazione degli stessi NPL discende essenzialmente dal grado di applicazione del rigore fiscale imposto dalle regole €uropee, è agevole intuire che la regola EBA servirà a mettere sottoscacco non solo le principali banche nazionali, ma, ancor prima, qualsiasi governo si formasse nelle prossime settimane.
 
7. Un futuro governo, qualunque esso sia, si troverebbe simultaneamente impegnato (v. qui, p.2) a fare manovre correttive del deficit per il 2018 (obiettivo, a pena di infrazione: 1,6) e manovre ulteriori con la legge di stabilità per il 2019 (obiettivo: 0,9) e a tentare disperatamente di impedire i bail-in, intervenendo con fondi pubblici di salvataggio sul modello MPS (che rialzano il deficit stesso, come abbiamo appena constatato, e impongono un draconiano "piano di rientro" €uroimposto).
Ma, inevitabilmente, nell'imminente futuro, il governo agirebbe in uno scenario in cui le banche nazionali, in capo a pochi mesi o, al più, un anno, via via che si dispiegano gli effetti del rigore fiscale aggiuntivo, si troveranno "in pancia" nuovi e aggiuntivi NPL, soggetti ai criteri di qualificazione sostanzialmente retroattivi posti dall'Addendum.
 
8. Inutile aggiungere che i beni, immobiliari e aziendali, che costituiscono le garanzie sottostanti sarebbero in rapida, se non verticale, svalutazione, determinata dalla sovraofferta in executivis che scaturirebbe da questo congegno (il grande cimento dell'Ital-tacchino).
Le politiche pro-cicliche, si sa, sono la specialità dei governi filo-€uropei ad ogni costo. Ma proprio a OGNI costo...

martedì 17 aprile 2018

LA RATIFICA: IL PARLAMENTO AL TEMPO DELLO STATO DI ECCEZIONE PERMANENTE NELL'APPROVAZIONE DI OGNI €URO-TRATTATO

l'amore ai tempi del colera
http://www.eroicafenice.com/libri/lamore-ai-tempi-del-colera-gabriel-garcia-marquez/



1. Partiamo da questo tweet che risulta certamente suggestivo. 

Il Trattato di Maastricht fu firmato, il 7 febbraio 1992, a Camere appena sciolte e da un governo Andreotti incaricato solo del disbrigo degli affari correnti.

h/t Sergio Cesaratto

— Alessandro GRECO (@Pgreco_) 15 aprile 2018

La circostanza evidenziata è vera: ma, a rigore di ordine delle rispettive competenze politico-costituzionali, da una parte dell'Esecutivo - che gestisce i negoziati internazionali, sulla base di una mera presunzione, della corrispondenza del suo operato all'indirizzo politico nazionale, insita nella concessione della fiducia parlamentare-,  e dall'altra, del Legislativo - che esprime l'effettiva volontà, democraticamente rappresentativa, di vincolarsi a qualsiasi trattato rilevante ai sensi degli artt.80 e, ancor più fondamentalmente, 11 della Costituzione - i nodi rilevanti sono altri.


1.1. Sotto il primo profilo (operato legittimo, ma sempre risolutivamente condizionato, dell'Esecutivo nella fase di negoziato), la risposta di Vladimiro è formalmente corretta (sebbene non espliciti appieno il punto qui precisato):

Ma negoziato prima, dal governo Andreotti nella pienezza delle sue funzioni (negoziò anche Carli)

— Vladimiro Giacché (@Comunardo) 15 aprile 2018

Cercheremo di evidenziare alcuni aspetti che ci paiono pregiudizialmente ben più rilevanti in tema di ratifica dei trattati relativi a organizzazioni internazionali di natura economica e, dichiaratamente, liberoscambisti (o meglio, come si esprime l'art.80 Cost., di legge di autorizzazione parlamentare a tale ratifica).


2. Come abbiamo visto più volte, il primo problema riguarda la stessa "idoneità" giuridico-costituzionale della legge di ratifica a introdurre nell'ordinamento le regole di un trattato che abbia contenuti quali quelli che contraddistinguono i trattati europei.
La questione era stata evidenziata per primo da Lelio Basso (già in relazione al trattato del 1957), che aveva compiuto la distinzione, - essenziale ai fini della legittimità della ratifica ai sensi dell'art.11 Cost.-, della introduzione di limitazioni (e giammai "cessioni") specificamente dirette alla "sovranità interna", e non a quella "esterna": le uniche legittime (a certe condizioni, peraltro), in quanto propriamente relativa alla sovranità esercitata nei rapporti tra Stati nel diritto internazionale.


3. Ma su un piano più formale, sebbene egualmente dirimente, la inidoneità della legge di ratifica ex se in relazione all'oggetto e ai contenuti dei trattati europei era stata ben illustrata dallo stesso Giuliano Amato (qui, ex multis, p.4):

"Fortunatamente, e paradossalmente, buona parte del problema ce lo ha già risolto...Amato (qui, p.6.1.):

"Cito in argomento un autore insospettabile di antieuropeismo come Giuliano Amato (Costituzione europea e parlamenti, Nomos, 2002, 1, pag. 15): 

Quando si ratificano i trattati internazionali, in genere si ratificano quelli che disciplinano le relazioni esterne. Quando si ratifica una modifica dei trattati comunitari non si ratifica una decisione che attiene alle relazioni esterne, ma una decisione che attiene al governo degli affari interni. 

Il processo di ratifica così com'è è congegnato è allora del tutto inadatto ad assicurare ai parlamenti il ruolo che ad essi spetta rispetto agli affari interni

Il procedimento di ratifica è tarato sull’essere ed il poter essere un potere intrinsecamente dei governi esercitato sotto il controllo dei parlamenti. Tant’è vero che la legge di ratifica è una legge di approvazione e non è una legge in senso formale.

Ma il vero clou del paradosso, dicevo, consiste nel fatto che “la politica dei piccoli passi nel processo di integrazione comunitaria ha fatto sì che mai nessuno abbia detto espressamente che, con i Trattati che si andavano stipulando, si stava costruendo una nuova costituzione.” (Luciani, op. cit., pagg. 85-6).


4. Ma, ove non fossero sufficienti queste illustri voci, pur espressione di orientamenti costituzionali così diversi, a far comprendere il paradosso giuridico-ordinamentale del vincolo dei trattati, andiamo a esaminare le specifiche condizioni storiche in cui fu espressa la volontà legislativa parlamentare in occasione delle due più importanti ratifiche degli ultimi decenni.

Quanto passeremo in rassegna, ci dice come non sono tanto la perdurante legittimazione fiduciaria del governo-negoziatore (dunque "sottoscrittore"), e la situazione di "piena investitura" del governo proponente al momento della legge di ratifica a essere rilevanti in modo decisivo. Infatti, in conseguenza dell'irriducibile anomalia costituzionale dei contenuti dei trattati, lo sono, prima di tutto, le circostanze relative alla capacità del parlamento, e dei suoi singoli appartenenti, di manifestare una volontà aderente al quadro costituzionale entro cui ci si muove: e questo sia in termini di adeguata rappresentazione cognitiva, cioè giuridico-economica, dell'oggetto della deliberazione, sia in termini di libera formazione di tale volontà.


4.1. Questo aspetto risulta particolarmente attuale perché evidenzia un nodo irrisolto, che si conferma pienamente nella vicenda della larga approvazione del fiscal compact come norma costituzionale, si consolida (funestamente, per i risparmiatori italiani) con l'acritica adesione dell'Unione bancaria, si estende nelle vicende attuali di "pregiudiziale €uropeistica" nella formazione di un governo in esito alle ultime elezioni, e proietta la sua (gigantesca) ombra sulla stessa prospettiva di accettazione passiva delle future riforme dei trattati stessi.

In sostanza, si assiste, con ricorrente regolarità, a questo schema: il "vincolo esterno" crea una situazione di "stato di eccezione", un'emergenza continua tale da "dover" risultare, de facto, insindacabile entro i parametri fondamentali della Costituzione, e il parlamento nel suo insieme, vota in un clima in cui prevale, immancabilmente, un misto di timore (mediaticamente indotto) per incombenti disastri derivanti dalla mancata approvazione, e di distrazione del cittadino "medio", così come del parlamentare "medio", ad opera di presunte priorità determinate da accidentali vicende di politica interna (di cui si stenta a riconoscere la connessione, pur evidente "a monte", con la stessa questione del vincolo esterno).


5. Veniamo dunque alla ratifica del Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, Trattato c.d. sull’Unione europea: esso fu ratificato con Legge 3 novembre 1992, n. 454 [Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 277 del 24 novembre 1992], e, peraltro, fu successivamente modificato dal Trattato di Amsterdam, fatto ad Amsterdam il 2 ottobre 1997, ratificato con Legge 16 giugno 1998, n. 909 [Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 155 del 6 luglio 1998]. Successivamente fu modificato, o meglio variamente "novato" (cioè con sostanziali avanzamenti dell'onere del vincolo esterno) dal Trattato di Lisbona, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007, a sua volta ratificato con Legge 2 agosto 2008, n. 130, pubblicata in Gazzetta Ufficiale 8 agosto 2008.


5.1. Al momento della votazione finale della legge di autorizzazione alla ratifica di Maastricht (29 ottobre 1992) era in carica (quindi nei suoi "pieni poteri), dal 28 giugno 1992, il governo Amato (I).

La votazione parlamentare, peraltro, si svolse in questo curioso clima politico e con queste significative modalità (oggettivamente coercitive e distrattive: ogni dettaglio di ieri può trovare una corrispondenza nell'oggi):  

"Quinto tra i paesi europei ieri l' Italia ha ratificato il trattato di Maastricht sull' Unione europea.

Il risultato finale del voto alla Camera (403 voti favorevoli, 46 contrari e 18 astenuti) è stato giudicato "incoraggiante" dal ministro degli esteri Emilio Colombo, anche se l' esito positivo era ampiamente scontato, dopo che anche la Lega si era pronunciata a favore dell' Europa. Ma molto meno incoraggiante è stato il modo di approvazione del trattato e il clima che si respirava a Montecitorio. Anche prima che la notizia bomba del ' caso De Lorenzo' facesse irruzione tra i deputati, ieri i parlamentari nei loro capannelli parlavano di tutt' altro. Chi della direzione del proprio partito, (quella Pds del giorno avanti, quella socialista che si tiene oggi, quella democristiana che avrebbe potuto essere e non è stata) chi delle nomine bancarie, chi della Rai da commissariare. La parola ' Maastricht' , era difficile da captare nell' aria, mentre è stato possibile cogliere al volo un "ma che si vota oggi?"

E se ieri il voto ha richiamato in Parlamento un numero notevole di deputati, non si può nascondere che nei giorni scorsi, durante il dibattito di merito a qualche deputato è capitato di parlare all' aula deserta

E sì che, dopo la decisione di partecipare alla guerra nel Golfo, questa è la più importante scelta di politica estera presa dall' Italia negli ultimi anni e impegnerà il futuro del paese per almeno il prossimo decennio. Alla fine lo stesso Colombo, come il pidiessino Claudio Petruccioli, sono arrivati alla conclusione che sarebbe meglio riformare la procedura che regola i dibattiti parlamentari (...!).

E ancora ieri, durante l' intervento di Colombo, il presidente della Camera Giorgio Napolitano hadovuto richiamare più volte gli onorevoli per permettere al ministro di proseguire: "Colleghi, vi prego, riducete il vostro brusio". 

Molti possono essere i motivi dell' indifferenza dei parlamentari.

Il senso di una decisione già presa altrove, i dubbi sulla effettiva praticabilità dell' Unione monetaria dopo la tempesta monetaria del mese scorso, l' europeismo sempre proclamato dai politici italiani. Ieri il ministro Colombo nel suo intervento ha voluto comunque ripetere che "il trattato di Maastricht, con tutti i suoi limiti, rappresenta comunque un considerevole passo in avanti verso il nostro ideale d' Europa". 

E ha spiegato il rifiuto del governo alla proposta di Marco Pannella, sospendere cioè l' approvazione del trattato fino al vertice di Edimburgo del 10 dicembre, con la necessità di tener fede all' impegno preso dai 12 a New York dopo il referendum francese: "Approvare Maastricht nei tempi stabiliti e senza modifiche o rinegoziazioni di sorta".

Il governo ha respinto anche tutti gli ordini del giorno che comportavano emendamenti o "riserve" sul trattato che va "approvato o respinto così com' è" come ha spiegato anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano...".

6. Al momento della votazione del trattato di Lisbona era invece in carica il governo Berlusconi IV.

Qui c'è da notare che tale ratifica avvenne con un inusuale voto all'unanimità, sia al Senato che alla Camera!

Le due votazioni "plebiscitarie", dal punto di vista parlamentare, arrivarono nell'arco di soli 8 (otto) giorni - tra il 23 e il 31 luglio 2008 -, smentendo, come al solito, la curiosa idea che il bicameralismo perfetto sia di ostacolo alle decisioni "importanti", incidenti sulla sovranità democratico-costituzionale, e sulle riforme strutturali. Queste le principali reazioni dei grandi protagonisti dell'epoca:

L’approvazione unanime della legge di ratifica del Trattato di Lisbona rappresenta un titolo d’onore per il Parlamento italiano e un fattore di rinnovato prestigio per il ruolo europeo del nostro paese”, ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una nota.

Mi auguro che il voto italiano stimoli il completamento del processo di ratifica prima dell’avvio della consultazione elettorale per il Parlamento europeo”, ha aggiunto il capo dello Stato. 

Soddisfatto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che ha commentato: “E’ il contributo dell’Italia al rilancio dell’Europa che sta attraversando una fase di difficoltà. L’auspicio è che il voto di oggi possa servire anche agli altri Paesi che ancora devono completare l’iter parlamentare”.

Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha auspicato, parlando a margine di una conferenza stampa a Palazzo Chigi, che “il trattato entri in vigore prima delle elezioni europee del prossimo anno”.

Per il ministro la ratifica del trattato è “un importante segnale di coesione nazionale” e, ha scritto in una nota, “rafforza il ruolo propulsivo e propositivo del paese per un’Europa dotata di istituzioni capaci di decidere e di attuare politiche necessarie ed urgenti all’altezza delle inquietudini e delle concrete aspettative dei cittadini”. 

7. Va anche detto che la scena politica, a partire da giugno 2008, era tutta presa dal decreto "blocca processi" e dall'infuriare delle polemiche contro i "magistrati di sinistra", mediatiche e politiche, condite da un'insolita lettera del presidente del Consiglio al presidente del Senato, che si protrassero per tutta l'estate e anche dopo.

Si giunse, nel corso di luglio, al lodo Alfano che, mettendo da parte gli emendamenti "blocca processi", prevedeva l'immunità per le quattro più alte cariche dello Stato e la sospensione dei processi a loro carico durante la permanenza nella carica.

La relativa legge fu promulgata dall'allora Capo dello Stato, con grande profluvio di esegesi di precedenti sentenze della Corte costituzionale, proprio il 22 luglio 2008, cioè il giorno prima della votazione di ratifica del trattato di Lisbona: e si può immaginare con quanta attenzione non dico critica, ma almeno consapevole del contenuto, da parte di parlamentari, media e "accademico-culturale" ("cento costituzionalisti" avevano firmato un mega-appello contro il lodo Alfano, ma nessuna equivalente pubblica problematica fu posta per il trattato).

lunedì 16 aprile 2018

TRUMP NORMALIZZATO, I SUBPRIME "NONPRIME" E LOVUOLEL€UROPA: IL TRILEMMA INCONSAPEVOLE DELLA POLITICA ITALIANA

Risultati immagini per trilemma di agrippa

(Qui, l'immagine l'ho trovata così: "aNsiomatica"...ma il finale recava una suggestione irresistibile...)

1. Avevamo da subito avvertito le elites mondialiste che Trump costituiva un accettabile compromesso: tutto sommato, era evidente fin dalla sua ascesa che per le elites Trump fosse, piuttosto che una minaccia, una sorta di "uomo della Provvidenza"-
Certo, la presidenza Trump appariva senza dubbio un tassello essenziale da normalizzare, rispetto allo scopo di mantenere sostanzialmente intatte le strategie oligarchico-mondialiste; ma in potenza permetteva, e sta in parte permettendo, una linea di conservazione a fronte di una verticale perdita di consenso dei partiti "unici",  ma bipolarmente divisi nelle apparenze, cui è stata finora affidata la funzione di vendere la "sfida della globalizzazione" come un benefico TINA orwelliano, intriso di tecnicismo pop.
E abbiamo avuto ragione: oggi, riaffermati atlantismo di guerra non difensiva e l'unilateralità delle regole e dei famigerati valori etici che legittimano gli interventi militari (dissimulando l'imperialismo mercatista), i vertici delle elites, e soprattutto i loro mazzieri dei big-media, hanno (per ora?) accantonato la cronaca continua e inesorabile delle mostruose pecche di Trump.

2. Dunque, sostanzialmente riassorbito il pericolo Trump, entro il frame che non ha in realtà mai avuto intenzione di scardinare (e nemmeno gli strumenti culturali per farlo), si può tornare alla logora situazione politica di sempre; ovviamente, senza aver risolto il problema di caduta del consenso che comunque rimane incombente sullo sfondo (come già ammoniva Reich, qui p.6). Tanto che pare che, alle elezioni di mid-term, ne faranno (cosmeticamente) le spese i repubblicani
Rammentiamo: Le differenze tra partito democratico e repubblicano sono irrilevanti, nessun principio in cui la classe operaia ha un qualche interesse (...) ogni operaio che ha abbastanza intelligenza per capire l'interesse della sua classe e la natura della lotta in cui è coinvolto troncherà una volte per tutte i suoi rapporti con entrambi " - queste parole furono pronunciate da Eugene Debs - politico, sindacalista e leader dell'American Railroad Union – più di un secolo fa: ma il tempo non ne ha affatto mutato la validità e la sostanza. 
Anzi, tale concetto è stato ribadito recentemente dal professor Kevin Leicht, sociologo alla University of Iowa , quando scrive che il sistema politico americano del “winner-take-all”  ha “prodotto quello che il commentatore politico Kevin Phillips ha descritto come "il partito capitalista più entusiasta del mondo (GOP ) [Grand Old Party – soprannome del Partito Repubblicano ndr.] e "il secondo partito capitalista più entusiasta del mondo" (Partito Democratico). Entrambi i partiti fanno appelli transitori a favore della classe media e talvolta anche degli elettori poveri, ma entrambi sono finanziati da ricchi capitalisti [...]”


3. La cosa non rimane senza conseguenze presso i media americani più...vivaci. Ed è così che Zerohedge ironizza sulla "lista di tutte le volte che Trump aveva messo in guardia contro gli attacchi (unilaterali) alla Siria", riportando un'esilarante lista di suoi precedenti tweets (critici di Obama, nell'era del Trump candidato anticonformista) nonché quello, recentissimo, di riavvicinamento con McCain (col quale in precedenza erano volati gli stracci proprio sulla politica estera).
Incidentalmente, una notizia non irrilevante sullo sfondo di queste ultime vicende e sui futuri eventuali esiti dell'uso di gas in Siria: un laboratorio indipendente svizzero afferma che il gas utilizzato per attentare alla vita di Skripal, risulterebbe prodotto (soltanto) da USA e Regno Unito, trattandosi dell'agente BZ, mai prodotto dalla Russia (le relative risultanze sarebbero state già comunicate alle NU).

4. Ma il problema principale che Trump non riuscirà a gestire facendo scontati compromessi - con Putin: e sempre con la riserva mentale, ex parte USA, che ogni accordo sottobanco sia trasgredibile alla prossima, e immancabile, occasione-, è quello dell'economia americana.
Una travolgente prospettiva, ma non in senso trionfalistico, è quella del prevalere, nella società a crescita debt-led (qui, pp. 7-10), delle attività economiche speculative a "schema Ponzi", cioè quelle che non sono in grado, in base al rispettivo cash flow, di ripagare nemmeno gli interessi sul capitale prestato; e infatti, la stessa fonte USA, ipotizza: "Potremmo essere avviati verso un altro "Minsky moment".

5. L'ulteriore conferma di questa situazione si coglie da un'altra news, non fake ma mantenuta sotto tono: pur ridenominati elegantemente nonprime, i mutui ipotecari sottogarantiti su debitori sostanzialmente incapaci di restituirli, a maggior ragione perché gravati da un più alto anticipo e da interessi maggiorati, sono in crescita sostenuta. E  infatti Zerohedge, traendo da CNBC, segnala: "Questa è veramente la bolla del "Tutto": persino i bond sui mutui subprime sono tornati". L'incipit dell'articolo è...folgorante: "Record di insolvenza sugli student loans? Fatto. Migliaia di miliardi di debito sulle carte di credito? Fatto. Sei titoli azionari hi-tech che dominano (col loro segno negativo) l'indice Nasdaq? Fatto. Subprime auto loans (prestiti per l'acquisto a rate delle auto) a livelli record? Fatto.
Mancano solo i mutui ipotecari immobiliari subprime e avremmo i presupposti completi per ogni tipo di bolla.
Ma...aspettate: pure questi stanno tornando, solo sotto un nome diverso...".

6. D'altra parte lo "shadow unemployment index", cioè la platea dei disoccupati accomunati ai working poors dediti a lavori sottopagati e saltuari, è sempre ben sopra il 20% della forza lavoro:




7. Quindi non dobbiamo troppo preoccuparci per la situazione politica italiana: se il m5s, insieme con il Pd (renziano?), meditano di unirsi in un unico gruppo al parlamento europeo con i "paneuropei" di Macron, se anche Forza Italia,  appoggia la linea atlantista in versione interventista-militare, se Berlusconi pensa che Lega e FdI condurebbero l'Italia al disastro economico, se, infine, è sempre più evidente che, semmai ci faranno rivotare, chi sarà rimasto all'opposizione sarà l'unico a potersi avvantaggiare della (altrui) caduta verticale di popolarità, legata alla manovra "lovuolel'€uropa" in serbo per il 2018 (e per il 2019), uno scenario potenziale ed incombente risolverà tutte le attuali "inconciliabilità" politiche.
E anche se Macron potrebbe avere molto presto dei problemini interni...


Ma insomma...La nuova ondata recessiva da Wall Street (e dintorni "derivati"), costringerà i vari contendenti a decidere da che parte stare: la distruzione finale della Repubblica con politiche "austere" e follemente pro-cicliche, come unico rimedio alla crisi, oppure l'interesse nazionale e il recupero della sovranità.

venerdì 13 aprile 2018

PERCHE' VERAMENTE L'ITALIA HA BISOGNO DI UN GOVERNO NEL PIENO DEI SUOI POTERI

Badoglio e Eisenhower a Malta.
Badoglio ed Eisenhower

1. Come previsto (qui, p.1.1.), la questione della formazione di un governo in Italia e quella dei "venti di guerra" che spirano dalla Siria (e da tutto il Medio Oriente), si intrecciano in modo, inevitabilmente, ambiguo in queste ore.
Al termine del secondo giro di consultazioni, il Presidente della Repubblica ha, com'era da attendersi dato il ruolo che interpreta, enumerato le questioni politico-economiche, nazionali e internazionali, che rendono urgente la formazione di un governo, sollecitando perciò i partiti affinchè superino l'attuale mancanza di progressi nel trovare un accordo che consenta di formare una indispensabile coalizione:
"Emerge con evidenza che il confronto fra i partiti politici per dare vita a una maggioranza che sostenga il Governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro paese di avere un Governo nella pienezza delle sue funzioni".
Lo afferma Sergio Mattarella, al termine del secondo giro di consultazioni, spiegando che "le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell'Ue, l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia, richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto fra i partiti per raggiungere quell'obiettivo, di avere un Governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò come procedere per uscire dallo stallo che si registra".
2. L'indicazione delle delicate questioni prioritarie che un governo con pieni poteri dovrebbe affrontare è senz'altro condivisibile. 
Ma cerchiamo di esaminare, uno per uno, i vari aspetti problematici elencati dal Capo dello Stato: analizzarne e verificarne il concreto atteggiarsi, può farci comprendere la loro rilevanza e, in coerenza, le soluzioni che un governo italiano dovrebbe tentare di perseguire. E ciò consente, ancor prima, di capire se una potenziale coalizione valga l'altra, nell'efficacia della sua prevedibile azione rispetto all'interesse del popolo italiano (art.1 Cost.).

3. Cominciamo dalle "attese dei nostri concittadini": il risultato elettorale è già di per sè un indicatore, per quanto notoriamente approssimativo, di tali attese.
Stando ai programmi delle formazioni politiche che hanno riscosso il maggior riscontro di voti, e che rappresentano in concreto circa i due terzi dei seggi in parlamento, queste attese, più che in un generico "ritorno" alla crescita", - elemento estremamente controverso, sia sul piano degli strumenti economico-fiscali "consentanei" a raggiungerlo, sia sul piano dei risultati ottenuti, specie sul piano "distributivo" dagli strumenti finora utilizzati (su indicazioni sempre più cogenti delle istituzioni dell'eurozona) -, consistono nella risoluzione del problema di occupazione e di crescente e diffusa povertà che, anche in presenza di (deboli) segni positivi del PIL, la grande maggioranza degli italiani ha subito.

3.1. Posta in questi termini, che sarebbero difficili da negare, (e sia pure considerando il riduzionismo mediatico che tende a semplificare in "reddito di cittadinanza + flat tax + abolizione della "Fornero" il clou delle istanze che hanno raccolto più voti), le attese dei nostri concittadini possono più esattamente e legittimamente riassumersi nell'adozione di politiche di piena occupazione e tutela del lavoro (artt. 1, 4 e 35 Cost.) mediante l'intervento dello Stato (artt. 3, comma 2, e 41, 43, 47 Cost.).
Si tratta, a voler interpretare tali "attese" nel modo più conforme al dettato costituzionale, di ciò che risulta direttamente avversato dalle regole dei trattati europei e, ancor più, da quelle derivanti dall'appartenenza all'eurozona, prime fra tutte il pareggio di bilancio-fiscal compact e l'unione bancaria.
Della dichiarazione del PdR si può apprezzare la neutralità, cioè l'aver evitato di considerare in modo diretto ed eplicito la obbligatoria continuità dell'applicazione di queste norme da trattato (il "vincolo esterno"), come soluzione prioriataria ai problemi di disoccupazione e impoverimento
Di certo, le evidenze scientifico-economiche più autorevoli e sempre più concordi, che il problema risieda in una "distruzione della domanda interna" determinata dall'aggiustamento, degli squilibri commerciali e finanziari, obbligatorio all'interno di un'area valutaria in cui sono vietati (non semplicemente non previsti) i trasferimenti di una (inesistente) fiscalità federale.

4. Veniamo ai "contrasti nel commercio internazionale": l'espressione usata è altrettanto neutra, ma non ci si può nascondere che se questi si sono posti, hanno avuto come propulsione le politiche intraprese da Trump, per la tutela dell'occupazione (effettiva, "buona") e dell'industria americane; il fenomeno si inserisce in quello più ampio della crisi del paradigma istituzionale della "globalizzazione" (così strettamente legata al terrorismo), che, come evidenziava primo e più noto fra tutti, Rodrik, non è certamente risultata in un vantaggio di tipo socializzato, cioè condidiso dalla maggior parte delle popolazioni composte da lavoratori, persino nei paesi come Germania e Olanda, più mercantilisti e a vocazione export-led.
Dunque, il protezionismo non può essere acriticamente demonizzato con fanatica ideologia senza distinguerne le diverse condizioni di applicazione e le diverse finalità e graduazioni di intensità; persino Wolf, con anticipo rispetto agli eventi odierni, segnalava l'instabilità prima sociale che politica derivante dall'aver creato tanti perdenti e pochi vincenti della globalizzazione. I quali, anzi, rilanciano imperterriti, negando ogni evidenza di una situazione che più diventa insostenibile, più li vede accanirsi nel voler negare la responsabilità degli errori che pretendono di continuare ad aggravare (v. alla voce Lagarde).

5. Parliamo pure delle "scadenze importanti e imminenti nell'Ue": qui si pone sicuramente una grave criticità, purché si abbia chiaro che il divieto (divieto) di solidarietà fiscale tra paesi dell'eurozona è un pilastro dei trattati e che per cambiarli occorre l'unanimità (nonostante si finga o si ignori colpevolmente di prendere atto di ciò).
Date queste premesse, e le proposte caldeggiate dai paesi dominanti dell'eurozona le "scadenze", possono essere soltanto foriere di ulteriori e gravi minacce al lavoro e al benessere degli italiani, dato l'inequivoco e irremovibile atteggiamento tenuto da sempre dalla Germania
La riforma dei trattati assume sempre e solo il carattere di una pseudo-solidarietà, inesistente nei fatti, risolvendosi in meccanismi di sostanziale natura assicurativa, in cui si pagano, a carico dei bilanci dei paesi dell'eurozona, aggravamenti sostanziali dei bilanci nazionali per una contribuzione il cui corrispettivo è solo l'imposizione di dure e ulteriori condizionalità da parte di una trojka istituzionalizzata (qui, p.5)
Le proposte sul tappeto, intrise di cosmesi nominalistica, ricalcano i vari espedienti di Schauble e le pretese tedesche di riversare sull'Italia i costi di aggiustamento del loro irrinunciabile mercantilismo, fino all'invito a uscire dall'euro ma naturalmente pagando l'inesistente debito Tagert-2.
Dunque, certamente: l'Italia dovrebbe al più presto avere un governo con pieni poteri, ma, obiettivamente e senza alcuna esitazione, ormai imperdonabile, per difendersi con una forza mai usata prima, dall'aggressione sistematica franco-tedesca
E, soprattutto, per difendere la nostra DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE: un bene prezioso che appartiene prima che alle istituzioni di vertice, a tutto il popolo sovrano che "creda nelle costituzioni"...

6. Quanto a "l'acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontane dall'Italia", ci pare che anche qui, le superiori indicazioni dei principi fondamentali della nostra Costituzione, dovrebbero segnalare che i giochi della geo-politica globalista (vecchia e nuova, ma sempre aggressivamente eguale a se stessa), non possono indurci a varcare né il senso sostanziale dell'art.11 Cost. (quale esemplarmente rammentato da Lelio Basso fin dal 1949), nè, tantomeno, la pur negletta lettera dei trattati a cui siamo legati:



7. Vogliamo credere, anzi dobbiamo credere, che la dichiarazione del nostro Presidente della Repubblica sia stata fatta nella piena consapevolezza dei gravi problemi e delle criticità costituzionali che coinvolgono i temi da lui indicati.

mercoledì 11 aprile 2018

CRONACHE DELLA POLITICA ITALIANA SOSPESE: I 10 GIORNI PER SALVARE LA VITA SULLA TERRA SECONDO CRAIG ROBERTS

Gli ultimi giorni di Pompei - copertina

1. Accantoniamo per il momento la verifica dell'andamento dell'estenuante situazione politica italiana: quest'ultima risulta ora sospesa tra le elezioni regionali in Molise e in Friuli, - come ora si dice, non senza contraddirsi su quanto sia prematuro e logicamente poco significativo attendere l'esito di un tale pseudo-sondaggio -, e la spada di Damocle (qui, p.7) dell'applicazione dell'Addendum BCE il cui effetto più certo ed immediato è l'innalzamento dei tassi per gli affidamenti alle PMI italiane, con la ricaduta di un credit crunch, sia sul lato dell'offerta che della domanda di credito, la riespansione delle stesse sofferenze (presso lo stesso sistema delle imprese), e un potenziale ma rapido deterioramento del valore delle garanzie già offerte (patrimoniio immobiliare della Nazione), della produzione industriale, e quindi dell'occupazione e della (già scarsa) crescita.

1.1. E' chiaro che, in questa situazione, - sulla quale sarà inevitabile tornare a breve-, il solo protrarsi della difficoltà di formare un governo che cerchi, con la tempestività necessaria, di mutare l'indirizzo politico-economico imposto dal pilota automatico eurista e banco-unionista, potrebbe far precipitare la situazione in un modo che sarebbe sempre più difficile, geo-politicamente, da correggere, per un governo che perseguisse l'interesse della Nazione. Mentre, per contro, si rivelerebbe uno scenario ideale per lo spaghetti Quarto Partito cosmopolita e €-continuista e le forze politiche che, in varie versioni, si stanno rivelando come le sue fedeli esecutrici.

2. Ma l'accantonamento temporaneo di questo pur importante tema (ed è importante tanto quanto lo è l'abbattimento definitivo dell'originario ordinamento costituzionale italiano, che rappresenta, come sappiamo, la "chiave di volta" per far crollare, in tutto l'occidente, il paradigma della democrazia sostanziale), è un atto dovuto. 
In questo preciso momento storico, infatti, la minaccia di un conflitto a epicentro Siria che coinvolga le più grandi potenze nucleari del pianeta in un'escalation a dir poco insensata, assume un tetro carattere pregiudiziale e assorbente di ogni altra preoccupazione.

3. Su questa incredibile congiuntura, che è, peraltro, il frutto di ben prevedibili indirizzi geo-politici coltivati con cieca ostinazione da anni, lasciamo la parola a Paul Craig Roberts. Riportiamo perciò i passaggi più importanti di un suo recentissimo intervento sulla "crisi siriana". Craig Roberts, com'è noto, è una voce fuori dal coro e si esprime con una dura schiettezza che non corrisponde, per consapevole ed aperta contrapposizione, al mainstream mediatico imperante dai due lati dell'Atlantico. 
Ma proprio per questo, è interessante conoscere il suo non banale punto di vista, che non a caso reca il titolo "We are in the Last Days before all Hell breaks loose" (richiamando in apertura il fatidico "gli ultimi giorni a Pompei"): 

"...Risulta difficile non essere pessimisti quando apprendiamo che il manicomio di Washington ha inviato una portaerei da combattimento, accompagnata da sette navi missilistiche, per unirsi all'attuale unica nave del genere già al largo di fronte la base russa in Siria. 
Se questi facili bersagli debbano sopravvivere all'affondamento, o se gli fosse permesso di lanciare un missile, o, alla portaerei, di inviare un singolo aereo da combattimento, è una faccenda che è lasciata interamente alla decisione dei russi
I russi sanno che sono in grado, secondo la loro volontà e in pochi minuti, di affondare l'intera flotta USA, distruggere ogni aereo e vascello americano in Medio Oriente, e, entro il raggio dello stesso Medio Oriente, distruggere completamente l'intera capacità militare di Israele, spazzando via anche le forze militari dello Stato-teppista da quattro soli Arabia Saudita
Tutti i bersagli (inermi, cioè "sitting ducks") sono stati offerti alla Russia dagli stupidi e arroganti Americani.
Dopo pochi minuti dall'attacco russo tutta la capacità militare di condurre un conflitto sarebbe rimossa dal Medio Oriente. Questa sarebbe una cosa positiva.

Tutto quello che la Russia deve fare per assicurarsi che gli USA non abbiano altra scelta che accettare una sconfitta istantanea è porre le proprie forze nucleari russe in allarme rosso
[In conseguenza] ogni ricorso da parte degli idioti di Washington a un attacco nucleare significherebbe la fine degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale così come del Regno Unito.
Ciò significherebbe la fine totale dell'Occidente per sempre, un evento che il resto del mondo saluterebbe come una cosa buona.  Auspicabilmente, i vertici militari statunitensi, l'ultima e costantemente assediata fonte di onore negli USA, ben comprende tutto questo e non si adeguerebbe a un ordine suicida impartito da un cabinetto di guerra di pazzoidi

La mia opinione è che comunque i russi non si spingeranno così lontano, e negheranno a se stessi una vittoria decisiva, poiché non comprendono il male totale che è concentrato a Washington e in Israele. 
Ci sono rimasti infatti, all'interno del governo russo, un numero sufficiente di ingenui "integrazionisti atlantisti" perché si arrivi a ritenere che la Russia debba concedere a Washington e all'Europa ancora un'altra chance per tornare al buon senso.
Ma è una chance ulteriore è ciò che la Russia, e il mondo intero, non si possono permettere.
[In effetti] ci sono solo flebili possibilità che Washington e Israele possano arrivare a qualsiasi altra ragionevolezza che non sia l'egemonia. 

Se  Washington avesse una qualsiasi ragionevolezza, non avrebbe inviato navi da guerra per attaccare la Siria, o l'Iran allo scopo di sottrarsi alla proibizione russa di attaccare la Siria.
La Russia non può permettere che l'Iran sia ancora destabilizzato tanto quanto non può consentire che tale destino sia riservato alla Siria.
Il governo russo ha deciso di non includere l'Iran nella proibizione, e questo potrebbe rivelarsi un altro errore russo nel trattare con Washington.
Washington pensa che la solitaria USS Donald Cook, cacciatorpediniere "missile destroyer" che staziona al largo della Siria, possa essere affondata senza che ne risulti nulla più che in incidente — Israele distrusse la USS Liberty con gravi perdite di marinai senza che ne scaturisse un vero incidente militare (ndQ: episodio del giugno 1967, a suo tempo clamoroso) — perché per la Russia affondare 9 navi da guerra americante, inclusa una portaerei, sarebbe più di quanto la Russia avrebbe "lo stomaco" di fare.
Ci vorranno circa 10 giorni prima che le navi americane, tutte sitting ducks, raggiungano il punto dove possono essere dispiegate operativamente per un attacco
Ciò dà allo US Joint Chiefs of Staff (gruppo dei capi di stato maggiore della difesa USA) 10 giorni per annullare le decisioni del folle cabinetto di guerra di Trump’s e affermare lo stop all'Armageddon da parte dei comandi militari
Sarebbe di giovamento, alla loro decisione di ribaltare la decisione del folle cabinetto di guerra di Trump, se la Russia procedesse ad affondare lo USS Donald Cook e abbattesse ogni aereo israeliano che si alzasse in volo, anche quelli negli stessi cieli di Israele.
Ciò che restituirebbe la sobrietà a Washington è l'uscita della Russia dalla mera fase difensiva, assumendo l'iniziativa militare invece di limitarsi a reagire alla iniziativa di Washington.
Pregate che il Dio cristiano, e non quello ebraico assetato di sangue,  prevalga nelle deliberazioni del gruppo dei vertici militari USA e che contrasti lo insane war cabinet di Trump.
Secondo la mia opinione, con la figura del servitore di Israele, John Bolton, quale ascoltato consigliere per la sicurezza nazionale, la guerra con la Russia è inevitabile.

Seguendo il consiglio di Doctorow [ndQ: esperto USA di cose russe, citato all'inizio dell'articolo per il suo pessimismo sulla escalation della crisi siriana], stapperò lo champagne; prospettiva per la quale Doctorow non vuole implicare un festeggiamento ma l'atto di godersi gli ultimi istanti di vita.
Rimane da vedere se il conflitto deliberatamente avviato da Israele e i suoi pupazzi dementi a Washington possa essere evitato. 
Ma essendo Washington persa nella sua arroganza, soltanto un deciso e fermo schiaffo russo sulle facce da idioti di Washington può salvare la vita sulla Terra.
A causa dei degli illusi e ottusi Because of the deluded and stupid Atlantisti-Integrationisti russi, (però) la Russia potrebbe non essere all'altezza di questo compito.